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La semplicità delle tavole di Ivan De Menis è solo apparente. In realtà in esse si racchiudono sistemi e riflessioni complesse. La sua è una ricerca sul linguaggio pittorico, che nel corso del tempo ha mutato forma, costituzione. Nei lavori più recenti, per i quali utilizza polistirolo e pluriball, è un processo di disvelamento della parte più intima dell’opera. Come se volesse trascinare lo spettatore nell’interno, nel cuore pulsante, di quanto sta accadendo da un punto di vista fenomenologico di fronte a lui. Sono materiali che normalmente vengono usati per imballare e che qui invece diventano protagonisti (Nel suo lavoro sono materiali di natura diversa, metalli, acidi, stoffe, plastiche, resine, pigment).

Contenuto e contenitore si identificano. Un giovane artista americano, Gedi Sibony, scambia addirittura le parti e sui muri finiscono le carte di imballaggio. Si tratta sostanzialmente di un cambio di registro che, tuttavia, diviene riflessione più che mai attuale. Con De Menis l’operazione è diversa, il suo è, comunque, un lavoro di provenienza e di consistenza pittorica.

La pittura viene superata nella sua accezione tradizionale per giungere a un concetto più ampio, più complesso. I materiali di cui l’artista veneto si serve per il suo lavoro sarebbero destinati a proteggere, a contenere, a bloccare in qualche modo la materia: qui si gioca su un altro piano. Qui il blocco non è solo fisico, anche temporale attraverso le resine. Il tempo è scandito dal materiale stesso, dalle sue peculiarità. è un riferimento di matrice concettuale, che ha un senso, maggior ragione, in un’epoca di scorrimento veloce come la nostra. Tutto scorre senza possibilità di arresto: le immagini televisive, quelle video nel monitor del computer. La realtà ci sfugge sotto gli occhi non ci accorgiamo di quanto stiamo vivendo. Siamo come stritolati, felici di non avere pause, preoccupati per i diversi momenti di noia. In passato le sue opere erano composte da tessere, qui è come se le tessere, di richiamo musivo, si fossero ingrandite e avessero acquisito un’autonomia individuale. Il richiamo, nemmeno a dirlo, è alla tradizione storico artistica radicata nel nostro paese. Il mosaico nei suoi lavori precedenti dava vita a una sorta di geometria che, con il passare del tempo, è andata elidendosi.

Molti degli elementi attualmente utilizzati non sono materiali artistici, piuttosto materiali di lavoro del nostro circostante: alcuni provengono dal mondo dell’edilizia.

Ogni opera è composta da una sorta di stratificazione, come se si trattasse di un vero e proprio imballaggio protettivo. Pare di trovarsi di fronte a delle fasciature, a un imballaggio predominante come nella cultura orientale dell’Impero dei segni, citando Roland Barthes. Il colore viene colato con un’operazione che potrebbe apparire frutto di casualità. Così non è. L’artista rimane sempre il regista del tutto.

Ogni lavoro viene finalmente sistemato, sgrezzato, ripulito di quanto non viene ritenuto necessario all’insieme. Qui è un superamento della pittura nella sua peculiarità linguistica. Le tavole delle quali ci stiamo occupando presentano una chiara consistenza tridimensionale che le avvicina a un discorso scultoreo. De Menis è interessato al senso volumetrico, alla lettura prospettica di ascendenza classica di quanto si viene a creare. Determinante è anche quanto si trova sul bordo, le colature, che svelano i diversi passaggi, raccontano i momenti come una sorta di diario pittorico. Nella sua ricerca è il tentativo di cogliere i diversi aspetti della realtà, mettendone in luce le forme anche antitetiche fra loro. De Menis vorrebbe fare ordine, rimettere a posto le cose anche per sottolinearne l’incompletezza e aprire così un dialogo fra i vari elementi. La volontà non è quella di dare delle risposte, quanto piuttosto quella di proporre dei quesiti, di fare delle domande. Le tavole, autonome tra loro, fanno, tuttavia, parte, così in ogni mostra, di un ampio progetto installativo in cui lo spazio fa la parte del leone. In tal senso è determinante la relazione che si viene a creare fra i diversi attori. I lavori sono antitetici a quelli realizzati con metodi industriali da certo Minimalismo. Qui la colatura del colore presenta una sua casualità, che apre un dialogo con chi guarda, che permette di partecipare alla rappresentazione. L’opera è aperta continua dopo essere uscita dallo studio. De Menis auspica che lo spettatore giri intorno all’opera, che la indaghi dai vari punti di vista possibili, che la studi in profondità. Il tutto non rimane in una fase superficiale, il tentativo è quello di andare oltre l’apparenza delle cose. I suoi lavori presentano una complessità realizzativa. Complessità di cui è elemento portante anche l’utilizzo dei tessuti, per buona parte utilizzati dall’artista per pulire i pennelli, in un’operazione che riporta alla mente quella sui colori avanzati dell’inglese Tom Phillips.

Tutto questo implica un tempo lungo di lettura, in controtendenza con la velocità consumistica alla quale siamo abituati e che ci viene quotidianamente richiesta. Non è importante comprendere, basta guardare di sfuggita, memorizzare al meglio per passare ad altro alla svelta. In ogni lavoro di De Menis è l’emozione della scoperta, che non può essere che la conseguenza di un’emozione poietica. Ogni opera è un unicum, è impossibile tentare di creare una sorta di serialità. Tramite uno scalpello De Menis crea dei varchi attraverso i quali, con lo sguardo, si può arrivare all’anima del lavoro in un’azione liberatoria di matrice neoplatonica, come se volesse fare uscire, svelare la parte più recondita e al tempo stesso più pura. In tal modo è possibile cogliere i momenti diversi.

La sua è una ricerca per molti versi di natura autobiografica in cui l’attesa quotidiana al lavoro, attraverso il colore, la materia in relazione allo spazio, diviene un’esperienza puramente esistenziale.

a cura di Angela Madesani

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